ISOLA DI PASQUA

poesie

 

 

 

Arrivo in questo luogo dove la terra è nuova sotto i miei piedi.

Arrivo in questo luogo dove il cielo è nuovo sopra la mia testa.

Spirito della terra nuova e del cielo nuovo , lo straniero offre il suo cuore quale cibo per te.

 

Invocazione  Maori  

 

 

 

 

 

 

A Hotu Matua
 
Terra,
guardo,
terra,
dove le onde s’infrangono,
emersa dai fondali del grande oceano pacifico
dove l’orizzonte è deserto,
15,18,24 Km,
triangolo di coste protese dalle sommità dei vulcani spenti,
colate di basalto nero e di terra rossa,
bagnate dal rumore sordo delle onde.
 
Hotu Matua
antenato, padre,
al di là del tuo nome nelle genealogie,
su questa terra dimenticata dalle altre terre,
la memoria si è fatta dimenticanza,
fino a quando, si dice, non si è più pensato ,
l’esistenza di altri uomini, né di altre terre.
Un luogo d’origine, nondimeno,
l’orizzonte trasgredito,
la terra di Hiva.
Dove?
Altrove
 
Nel cielo di una leggendaria Hiva,
Hau Maka
prete, guardando,
non ti aveva  smarrito
chi si era prestato così al favore di un sogno,
inviandoti alla scoperta del suo capo.
 
E partirono 7 figli del re
da Hiva,
esploratori,
Ira,
Raparenga,
Ku’uku’ u a’Huatava,
Ringiringi a’Huatava,
Nonoma a’Huatava,
U’ure a’Huatava,
Mako’i Ringiringi a’Huatava.
 
E sei partito anche tu,
da Hiva,
Hotu Matua,
re a Marae Renga,
fuggendo quale onta, quale disfatta,
quel ribaltamento della tua isola e del tuo potere,
abbandonato al mare, alla morte, all’oblio,
consegnato ai venti nel grande oceano esterno,
verso questo altro mondo,
sconosciuto, intuito, sperato, riconosciuto?
al di là.
 
Sulla spiaggia di Anakena,
solo spiaggia dove si potevano alare le doppie piroghe,
tu prendi terra.
Spiaggia del re, spiaggia tabù.
Là,
partorisce la tua donna , al termine del viaggio,
alla tua morte l’isola si divide in tribù dai tuoi figli,
Tu’u Maheke,
Miru,
Marama,
Koro Orongo,
Hotu Iti,
Raa,
e là, più tardi,
dopo che giunge la fine,
una prima statua sarà rialzata,
saranno piantate delle palme di cocco sterili
e dalla sabbia rinascerà la via degli occhi.
 
 
Territorio perduto,
dimenticato?
Quale passato,
quali passaggi,
cancellati?
 
Quali improbabili casi avevano guidato la deriva iniziale?
Ma quali varchi di già, dovevano essere tracciati
per quali andate e ritorni del capo?
Quali percorsi erano stati scoperti
per questa necessità di partire ancora e sempre?
Quali visite avevano potuto scortare i viaggiatori del cielo?
Quali ragioni avevano scacciato il ricordo?
 
Terra,
si è detto che tu non portavi nome, singolare,
designando tutta la tua terra
quando ciascuna tua terra e ciascuna tua pietra
ne portava uno,
in una infinita toponimia
per far dimenticare l’esiguità di questa isola.
 
Terra senza nome,
a questo punto ignorata di Hotu Matua
per essere trovata là senza un nome di sogno,
non si sarà parlato di te al di là dell’orizzonte,
ma chi non t’avrà nominato per la tua venuta al mondo?
A questo punto divisa , che tu non abbia perduto il nome della tua identità,
non si sarà più parlato di te al punto di dimenticarsi il tuo nome?
 
Isola,
battezzata di Pasqua nell’anno 1722,
apparsa al mondo - questo mondo di grandi scoperte,
per un altro emisfero rilievi di vele geografiche,
sondatori d’abissi, impegnati a delimitare i limiti delle terre emerse,
troppo strette per sapere bene quali erano,
tu fosti rinominata di nomi recenti
dalle sonorità di un’età incerta,
Te Pito te  henua,
“Ombelico della terra”
“capo del mondo”,
Hiti ai te rangi,
Mata ki te rangi,
 “Gli occhi guardano verso il cielo”.
Rapa Nui,  Rapa Grande”,
con questo nome oggi ti chiami
ti attacchi ai confini della Polinesia.
 
Focolare del circolo dell’orizzonte,
luce al limite del cielo,
cuore di bordi deserti all’infinito,
strettamente chiuso,
Dall’alto dei bordi dell’abisso,
nel cammino della lava, vaghe voci del mare,
area così esigua,
luogo di sbocco di un mondo confinato,
centro di se stesso.
Ombelico.
 
Che cinge la terra di una soglia di terrazze-santuario
gli ahu
piattaforme di pietra
sulla riva, dorso del mare,
che raccoglie le forze d’immortalità e di morte,
che ogni clan, da ogni villaggio,
basamenti di grandi statue
innalzate verso le dimore degli dei,
luoghi di sacrifici e teche di corpi rinsecchiti
 
All’ombelico del mondo
le labbra del vulcano.....
partorivano le statue degli antenati per centinaia.
ciascuna chiamata al concepimento,
delimitata nel caos dalle strettoie della montagna,
tagliata a pugno di pietra in una roccia pressoché  tenera,
levigata,
smussata dai fianchi del cielo,
pulita,
cesellata,
poi, gli occhi ancora chiusi nelle orbite incavate ,
corpi senza gambe, consegnate ad un enigmatico
gradino verso gli altari.
 
 
Moai
busti di pietra
innalzati nella statura degli dei,
allineati contro la terra.
Le vostre palpebre si apriranno sugli uomini
e vivranno con la luce, a piacimento delle ore e delle ombre,
smisurate.
 
Ricoperti di pukao di basalto rosso,
questi tronchi di uomini.
posti naturalmente, ma tanto radicati,
attingevano la loro presenza emersa dalle forze telluriche,
le braccia allungate sul corpo fino alle mani sottili,
sul ventre, a contatto con la pietra,
rivestiti di una pelle di questa terra,
creta rossa dei demiurghi, che li fece pensare dall’argilla,
da questa polvere di terra imbevuta di sangue secco,
parure di pittura e di tatuaggi che, da vivi, già s’incamminavano verso una gloria statuaria.
 
Impassibili moai,
modellati nell’archetipo dell’uomo fatto dio,
le parole formulate dalle vostre labbra chiuse,
resteranno silenziose.
 
L’umore di questi colossi
ridestato dagli appunti di un viaggiatore romantico,
Riflessi sulla strada misteriosa, Loti:
 “Statue mostruose”,
 “spaventose”,
“colossi di pietra”,
“uno spavento religioso poteva liberarvi del loro aspetto”,
“idoli”,
una espressione ed essi fanno paura”,
“visi mostruosi”,
“e tuttavia essi hanno l’aria di guardare e di pensare”,
“una smorfia di disprezzo e di beffa,  figure cupe”,
“sorrisi”.
 
Quale bisogno ebbe quella forza
per tagliare dei blocchi di grandi masse umane,
al di là dei problemi tecnologici,
li spinse più lontano possibile della terra,
qual mano,
quale potere religioso di capi,
quella fede che non poteva abbattere i rischi di una incrinatura,
quali pretese, che non potevano limitarsi nella misura della pietra
fino ad una così grande,
Piro  Piro,
che sono cattivi”.
Si dovrebbe dubitare della vostra sfida di innalzarla?
Quali ragioni ridicole supposte che  “la noia e il vuoto dell’anima”?
 
 
Un giorno ,
la strega non ebbe la sua parte di locusta,
il prete la sua parte di veleno,
il tabù trasgredito,
il destino è stato avviato.
In un giorno,
nella carriera,
il lavoro fermato a tutte queste fasi,
le pietre utili abbandonate sul posto,
un centinaio di statue in opera,
altre immobili nella loro marcia sulle strade,
dimenticate,
senza domani,
fermo il movimento dei corpi nel silenzio del vulcano.
 
Al passaggio dei navigatori
quali avvenimenti avranno portato la fine?
L’isola riecheggiò del fracasso delle statue ribaltate
e gli altari profanati,
simboli di potere e d’immortalità
disfatti secondo il destino dei vinti
all’epoca delle guerre tribali iconoclaste,
vendetta a misura d’orgoglio,
fino all’ultimo moai,
secondo il flusso e il riflesso che avevano già
costruito gli altari di queste teste e di questi muri capovolti.
 
 
Le caverne furono l’ultimo rifugio
di chi doveva sfuggire alla concupiscenza
per una via più oscura,
riparo di bottini e di dei,
di beni e di genti,
di morti e di vivi,
Ana Kai tangata,
grotta di festini cannibalici
e altre gallerie
ai quali non si accedeva se non strisciando,
la testa in avanti,
Ana  o keke,
antro di giovani vergini,
dove l’apertura è così stretta nella scogliera senza cammino
per dei corpi messi per lungo tempo a sbiancare
al fine di una rara bellezza,
nell’attesa di un giorno,
svaniti nella notte di una terra nutrita di uomini.
 
Orongo,
sulla cresta del vulcano Rano Kau, a picco sul mare,
altri culti rinascenti
aspetteranno  i passaggi degli ultimi dei della terra,
del mare e dei venti,
Make Make, faccia rotonda dai grandi occhi
e  Uomini uccelli migratori,
venuti da quella terra al ritmo degli anni sul Motu Nui
depositare un primo uovo consacrato
investendo un nuovo capo.
Ma agli uomini uccelli migratori petroglifi
accumulati in santuario
il mare restrinse il sentiero che conduceva
al mare e che portava ai nidi.
 
Quando all’indomani del giorno di Pasqua dell’anno 1722
s’ancorò un tragico destino di morte e di silenzio
su di una terra abbandonata ai tiri di moschetti,
ai cacciatori di schiavi e di donne,
alla deportazione dei suoi capi,
dei suoi iniziati e delle sue forze verso le mine di guano del Perù,
alle epidemie di vaiolo , di tisi e di lebbra,
alla morte dell’ultimo  Re - fanciullo,
per i missionari spogliato della sua capigliatura,
che nessuna mano sia mai stata tanto sacra per toccare,
all’oblio del passato nel culto del nuovo dio,
all’esilio forzato verso paesi evangelizzati,
allo sfruttamento dei coloni,
agli abusi dei nuovi padroni,
poi alla negligenza di uno Stato lontano.
 
Una ultima volta calpestati sotto antiche danze a piè zoppo,
i moai non furono altro che trofei da importare
per la curiosità di un altro mondo,
per i musei di altri uomini,
esiliati:
Hoa Haka nana ia,
“rompitori di onde”,
corpo caricato da cieli  di iniziazione,
elevato a sua casa da valve scolpite,
Pou Haka nonga
Sempre in piedi,
divinità di tonni,
Pakeopa,
senza lo stesso suo  corpo, testa segata,
e altro ancora.
 
Gravità del tempo.
Il sonno è caduto sulla pietra
e le pietre della notte sono immobili.
Sotto i passi dei cavalli, la terra suona vuota.
Nella polvere dei camini
sono scomparse le armi di ossidiana.
Gli scheletri recenti passano per anziani.
I venti hanno soffiato
e le onde del mare fanno riemergere gli altari.
La terra ha colato
e l’erosione ha sfigurato i  moai abbattuti.
Gli occhi vuoti con uno sguardo che volgono