Rapa Nui - aeroporto di Mataveri

A 70 anni dalla spedizione franco-belga che toccò l'Isola di Pasqua e che tanto materiale di interesse etnologico ci ha lasciato grazie al lavoro infaticabile e professionale di Alfred Metraux (1902-1963) , siamo andati sull'isola volando dal Cile. Siamo arrivati, come lui, in un piovigginoso giorno di Luglio, quando a Rapa Nui è inverno.
Pietra vulcanica e legno è la antinomia pasquense: l'una abbonda e l'altra scarseggia. Ma è stato sempre così?

 

Isola di Pasqua (2004), un monito antropologico ed ecologico.

 

La flora nativa dell'isola contemplava un tempo palme e conifere. Da tempo gli alberi originari sono scomparsi per l'azione usurante di generazioni di Rapanui, che hanno abitato per oltre un millennio (1500 anni?) questa landa sperduta del Pacifico. L'Isola di Pasqua è l'esempio - speriamo irripetibile - di un disastro ecologico, quasi un esperimento ecologico a leggerne la storia con occhio pluridisciplinare. Un esperimento che ha visto complice la Natura stessa: ma l'uomo ha determinato una spoliazione dell'isola di impronta quasi ossessiva, che ha ben colto il film Rapa Nui (1994). La visione della pellicola - sceneggiatura e regia di Kevin Reynolds - vi verrà invariabilmente offerta in albergo, sull'isola.
Qui una popolazione migrata quasi intregralmente da ovest (secondo la diffusione polinesiana O-E oramai accertata) si vide costretta all'isolamento culturale e genetico dalle distanze immense e dalla perdita graduale di alberi ad alto fusto, gli unici che consentissero di prolungare l'attività marinara con la costruzione di canoe da alto mare. Alla fine dei secoli, con la deforestazione ed il crescente sfruttamento agricolo, l'isola poteva contare solo su legno di bassa qualità e piccolo spessore: le lunghe barche che avevano traversato nel VII secolo d.C. l'oceano con il re Hotu Matu'a e la sua gens divennero con i secoli goffi barchini, inadatti alla pesca. Cosa era successo? Le alte palme (Niu), affini alla palma cilena, si erano estinte; alberi ed arbusti della specie Coprosma e delle Compositae erano scomparsi; rimasero il totora (Ngaatu), un giunco che ancora oggi è presente nel fondo acquoso dei crateri, e il mako'i. La cultura marinara di stampo polinesiano si atrofizzò. Se manca il legno non ci si può riscaldare nè si può cucinare. Fu la regressione.
La statuaria (Moai) fu prevalentemente di pietra, raramente di legno (moai miro). La cultura della pietra assurse a livelli elevati. Il legno rimaneva un bene assai prezioso ed appetito sull'isola: tutti simboli di potere e gli strumenti rituali erano di preziosissimo legno. Collari (Rei miro), bastoni di comando (Ua), mazze ed insegne tribali (Paoa), immagini bifacciali o gianiche (Moai aringa), gli uomini-lucertola (moko), ecc. erano tutti lignei.
I Rapa Nui sono stati una popolazione condannata dall'isolamento geografico, dalla mancanza di metalli, a rimanere al neolitico per secoli. Lo sfruttamento delle risorse ambientali della piccola isola - già limitate al tempo dell'arrivo di Hotu Matu'a ad Anakena - e la crescita demografica condusse le antiche tribù a lasciare la pesca d'altura per mancanza delle antiche grandi canoe (che forse nessuno sapeva più neanche costruire dopo generazioni) ed a dedicarsi sempre più allo sfruttamento agricolo.
Le tribù nel XVII° secolo cominciarono ad affrontarsi in conflitti per il controllo non del territorio ma solo delle riserve alimentari. Ma le continue guerre - già cominciate quando l'isola fu scoperta dagli europei nel 1722 nel giorno di Pasqua - impedivano e finirono per distruggere l'agricoltura stessa.
Fu come regredire al paleolitico, tornando cacciatori-raccoglitori ma c'era ben poco da cacciare e raccogliere. Si arrivò allora anche al cannibalismo alimentare per la penuria proteica. Tutta colpa del legno che scomparve.
Un monito per tutti la storia di Rapa Nui.

 

Ancora oggi, all'Isola di Pasqua, il ricordo della penuria antica e moderna tende a mitizzare il legno di mako'i, quello dei moai kavakava, quasi fosse oro (e i prezzi in dollari delle sculture lignee sono infatti elevatissimi). Il bisogno di legno fece introdurre nell'isola gli eucalipti.

Gli eucalipti presenti in macchie e boschi furono introdotti dal Continente americano tra Ottocento e Novecento.
Una macchia di alberi alti e snelli è visibile alle pendici del Rano Raraku, il vulcano alle cui falde si aprono continui cantieri-laboratori all'aperto per la lavorazione dei moai in pietra.
La foto (a dx) ritrae un moai, bloccato nella discesa dal vulcano all' ahu (piattaforma litica) di destinazione: la stupenda statua in basalto sembra fissare l'orizzonte marino che non raggiungerà mai e gli si interpone alla vista quella macchia antistorica di eucalipti.
Quando raggiungiamo la macchia a piedi avvertiamo l'odore pungente che rivela la presenza di quelle sostanze balsamiche contenute nell'eucalipto. Fra i tronchi si aggirano e fanno lo slalom voraci e spacconi rapaci che solo per poco non ci rubano la colazione al sacco. Sono i tiuque. I tiuque ( mivalgo chimango) sono anche loro un regalo dell'uomo che li ha introdotti sull'isola solo nel 1928. Fu la strapotente Williamson & Balfour a completare questo disastro che ha allontanato uccelli marini dall'isola.

Ma il bosco più grosso si stende sulla destra della strada che unisce Anakena all'unico villaggio dell'isola, Hanga Roa. A metà della strada asfaltata si apre invitante un sentiero di lavoro, una goduria per il fuoristrada che può inerpicarsi fra i tronchi tagliati e gli alberi eretti ed imponenti. I frequenti piovaschi rendono l'itinerario insidioso per la fanghiglia saponosa. In jeep nel bosco, si comincia a slittare già in salita con quattro ruote motrici e - ricordo - ho temuto per la tenuta in discesa: non vorrei scendere con gli sci, mi dico e ripeto alla mia compagna di viaggio. L'antropologa statunitense che è a bordo con me vorrebbe proseguire ma io comunque decido di invertire la rotta. Il tempo mi da ragione: a pochi metri dalla strada principale si riversa su di noi un improvviso, pesante e lunghissimo diluvio e la antropologa smette di protestare tra inglese e spagnolo. Mi volto indietro giusto in tempo per mirare il sentiero dietro di noi trasformarsi in un torrente di fango rossastro: la pioggia impedisce la vista anche nel villaggio di Hanga Roa, costringendo tutte le auto a fermarsi.

Talora si avverte uno strano disagio quando incombe un pericolo. Non è paura bensì la presenza di una minaccia. Se fossimo rimasti nel bosco di eucalipti ce la saremmo vista brutta. "OK, bravo", ammette la statunitense .

 

Ahu Te Pau

Complesso Tahai

Ahu Akivi

Ahu Ko Te Riku nel complesso di Tahai

Ahu Nau Nau (spiaggia di Anakena)

Ahu Tepeu

Ahu Tepeu - particolare testa

pollaio - hare moa

alba a Punta Te Pau

Ahu Tongariki

Ahu Tongariki dal vulcano Rano Raraku

Ko Te Riku - con ricostruzione occhi

Akahanga - moai abbattuto

fondamenta di casa a piroga rovesciata

- hare paenga

complesso Tahai e scogliere sul Pacifico

 

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