DONO/DONARE tra antropologia e filosofia

ma il dono è "dono"?

 

 

Per dono (detto anche regalo o presente) si intende il passaggio di proprietà di un bene da un soggetto ad un altro, senza una compensazione diretta che deriverebbe dallo scambio commerciale, anche se ciò può comportare un'aspettativa di reciprocità, o un ritorno in termini di prestigio o simili. In molte società umane, il gesto di scambiarsi doni a vicenda contribuisce alla coesione sociale. Per estensione, il termine "dono" si può riferire a qualunque cosa che renda l'altro più felice, o meno triste, come ad esempio un favore, un atto di perdono o una gentilezza.

 

Potlac o Potlach vuol dire scambio, baratto, ma anche spreco. È un termine delle tribù nordamericane del nord-ovest. Si riferisce alle grandi feste d'inverno, che duravano più giorni e solennizzavano ricorrenze speciali, con canti danze mascherate e banchetti, e un numero infinito di invitati; e terminavano con larga distribuzione di doni agli invitati in cui si esaurivano talvolta tutti i beni del donatore. Al potlach si rispondeva con un potlach a tempo debito. Per lo spreco di risorse fu vietato dai governi del Canada.

S’inserisce qui l’analisi compiuta da Georges Battaille del significato delle cerimonie di sacrificio. - scrive il filosofo Carlo Chiurco - Esso è precisamente questo spreco (dépense) insensato di energie accumulate, scempio di beni e ricchezze – e financo vite umane – che presenta due forme, una più tarda ed una più originaria, la quale è appunto il potlac. Nella sua forma più tarda e più ‘classica’, quale noi la conosciamo, il sacrificio serve a propiziare; è, in qualche modo, una struttura ‘economica’, dove avviene uno scambio più che un vero dono. È un dispendio non inutile in se stesso, dove tracce di inutilità resistono a ricordare il legame con la forma originaria del sacrificio. Nella sua forma originaria, il sacrificio è invece dono – un ‘dono’ prossimo al dona ferentes virgiliano. Ossia, il dono è una sfida che un individuo o un gruppo sociale compiono nei confronti di un altro individuo o gruppo sociale, il quale deve rispondere con un dono più grande. Battaille fa l’esempio degli Indiani del Nordamerica: viene attuato un sacrificio grandioso di beni indispensabili (cani da slitte, canoe…), e vi si risponde con uno ancora più grande, uno spreco di risorse inimmaginabile (sacrifizi umani, lingotti di rame etc.). Questo perché il dono, in cui consiste il potlac, imprigiona il donatario. Egli ha ricevuto in dono lo spreco gratuito e pazzesco delle risorse, e si trova perciò ostaggio della magnanimità del donatore. Se vuole liberarsi, deve rispondere con un potlac, un dispendio ancora più grande : solo così si libererà della rete che il donatore ha steso sopra di lui, capovolgendo le sorti della lotta.

L'atto di donare qui sembra una lotta che due individui o due gruppi sociali compiono tra di loro attraverso la donazione simbolica del potlac.

Da un punto di vista relazionale è una relazione altamente simmetrica (escalation simmetrica) dalla quale non si può uscire per l'implicito Doppio Legame stabilito dal potente contesto rituale. Non poterne uscire, non poter commentare rendeva la cerimonia spesso altamente autolesionistica.


 


 

 

IL DONO: UN POSSIBILE STRUMENTO VERSO L’ALTRO

di Ilaria IENNARELLI (laureata in filosofia)

 

Un possibile dibattito sul dono 

Nella nostra società parole come utilità, vantaggio, profitto ed economia hanno oramai posto le loro radici. La maggior parte delle nostre azioni sono mosse da intenzioni atte a migliorare la nostra condizione esistenziale in cui tutto ci attrae e nulla ci soddisfa. Il rapporto che intratteniamo con le cose, con i beni, con ciò che consumiamo, è diventato sempre più superficiale. A quella tal cosa non attribuiamo alcun significato, alcuna identificazione. Il tempo che diamo mettiamo a disposizione dell’oggetto per essere esperito diventa sempre più breve. Questo è ciò che la logica di mercato e il modello economico ci impongono. Il loro estenuante bisogno di equilibrio e di stabilità ha invaso non soltanto il rapporto tra il singolo e l’oggetto, ma ha anche minato la relazione tra gli stessi individui.
Dunque, il principio della nostra società è l’interesse? A tal domanda gli Humpa Lumpa del mercato liberale risponderebbero di sì, rafforzando l’ipotesi che peculiarità della società è la lontananza che sussiste tra gli individui. Tra di loro c’è indifferenza e la loro “convivenza” è dettata da un patto, un accordo, un contratto, l’unico elemento che li unisce è lo scambio economico; ma davvero lo stato di salute della collettività versa in queste condizioni? Se potrebbe avvalorare il pensiero di molti studiosi ed intellettuali secondo cui vi sia altro a costituire il motore della nostra società? Elemento di coesione, quello strumento che potrebbe non solo tenere maggiormente unita la comunità, ma che fungerebbe anche da unico grande mezzo di congiunzione sociale potrebbe essere il dono?
Quale strana emozione provoca il suono di questa piccola parola. Etimologicamente la parola dono deriva dal latino donum, la cui radice è la stessa del verbo dare. Il suo significato è quello di dare agli altri volontariamente, senza esigere nulla in cambio o pretendere alcuna ricompensa.
Il tema del dono è senza dubbio un fenomeno molto complesso, tanto misterioso quanto ambiguo, qualcuno afferma che sia anche e soprattutto iscritto nelle azioni dell’umanità. Nell’immaginario comune esso è investito da molte più definizioni e accezioni. C’è chi lo taccia di essere semplicemente un gesto ipocrita, chi lo considera baluardo della «circolazione delle cose» che avvengono nella società, o chi, meglio ancora, lo stima come qualcosa che fa parte della sfera intima privata e personale dell’individuo reputandolo quasi un nido che va preservato e tutelato da qualsiasi contatto con l’interesse.
L’obiettivo che qui si vuole perseguire non è di portare alla luce alcunché, ahimè, di innovativo all’oggetto in questione, ma semplicemente mantenere vivo un dibattito, permettere alle varie riflessioni e ai vari studi, effettuati nel Novecento, di continuare a diffondersi e di non perdersi nei meandri dello scetticismo e dell’indifferenza, del passato e della dimenticanza. Conferire libertà di “incontro-scontro” tra coloro  che sostengono come il dono sia il fondamento della nostra società e coloro i quali invece attribuiscono al dono l’immagine dell’impossibilità; dare libertà di apertura al dialogo tra i propugnatori del dono come fenomeno di appropriazione e quelli che invece vedono nel dono una domanda sull’essere.
  È altamente probabile che, durante la rassegna di tutti questi contributi, si incorra il rischio che il lettore non abbia la possibilità di delinearsi un’idea chiara relativa a tale tematica o che, peggio ancora, egli non si appassioni al suddetto argomento. Queste sono conseguenze inevitabili, ma comunque si vorrà perseguirà il fine di attribuire alla categoria dono la giusta attenzione che le compete.
 Innanzitutto chiediamoci perché si dona? Di primo acchito la risposta che forniamo è legata alla voglia di comunicare qualcosa a qualcuno. Per i teorici del dono, donando chiediamo all’interlocutore in questione di impostare una relazione con noi. Secondo i creatori del M.A.U.S.S. (Mouvement Anti-Utilitariste dans les Sciences) e prima ancora secondo lo studioso Marcel Mauss, di fondamentale importanza è l’obbligo alla restituzione. Se non si restituisse si resterebbe ad uno stadio di inferiorità nei confronti di colui che ci ha fatto un dono.
Il M.A.U.S.S è un movimento che nasce in Francia intorno ai primi anni ottanta grazie ad un gruppo di studiosi, antropologi, economisti, sociologi e filosofi che si riunirono per discutere circa il tema del dono in Thomas More. Tra questi esponenti spiccano i nomi di Alain Caillé, J.T. Godbout, Berthoud, A. Salsano e altri. Secondo i teorici del dono, è importante recuperare la dimensione del dono intesa essenzialmente come condizione dello scambio simbolico per eccellenza perché questo regola lo scambio sociale. Per il M.A.U.S.S. il dono, inteso come forma di legame sociale e reciprocità, rompe il narcisismo dell’uomo, per trasformarlo in soggetto “aperto”, desideroso di comunicare con l’altro e bisognoso di trattenere con questo una duratura relazione. È fondamentale, secondo questo gruppo di studiosi, rinvenire quelle dinamiche comunitarie che purtroppo oggi sono ridotte al minimo. Solo così si potrà avere un sistema nuovo, non più basato sull’intenzionalità di ricercare sempre più profitto e vantaggio.
La logica del dono necessita della triplice formula dare, ricevere e ricambiare, sermoneggiata dallo storico delle religioni antropologo, sociologo ed etnologo francese Marcel Mauss.
Nell’analisi della comunità primitiva egli specifica una struttura che rimanda al sistema del dono. Egli infatti individua quest’ultimo come un fenomeno molto complesso:
[...] prestazioni e contro-prestazioni si intrecciano sotto una forma, a preferenza volontaria, con doni e regali, benché esse siano, in fondo, rigorosamente obbligatorie, sotto pena di guerra privata o pubblica. Abbiamo proposto di chiamare tutto questo il sistema delle prestazione totali [1]
 
Il dono arcaico delle comunità primitive costituisce la scintilla perché una relazione incominci e nel contempo fa sì che un rapporto di doni e contro-doni caratterizzi una comunità
Le anime si confondono con le cose; le cose si confondono con le anime. Le vite si mescolano tra loro ed ecco come le persone e le cose, confuse insieme, escono ciascuna dalla propria sfera e si confondono: il che non è altro che il contatto e lo scambio. [2]
 
Dallo studio delle suddette comunità Mauss rimase affascinato dalla presenza dell’elemento magico che caratterizza tali popolazioni. Il mana non è altro che una potente forza magica che padroneggia l’oggetto che si è donato e che è tale da spingere inevitabilmente il ricevente a restituire. La grandezza della sua scoperta non fu soltanto nella constatazione che questa forza risiederebbe in tutte le forme di dono e di scambio delle società arcaiche, ma anche che questa non mantiene alcuna relazione con l’economia e la materialità perché le supera. L’elemento magico viene altresì espletato quando il destinatario dell’oggetto fatto dono ricambierà l’azione. I tempi e i modi della restituzione non sono assolutamente rigidi e rigorosi, anzi. Durante l’attesa c’è la possibilità che possa nascere un rapporto. Il restare in debito è ciò che più di tutto può far bene.
Il ritorno all’arcaico di Mauss non è altro che in realtà un ritorno a quella reciprocità tipica delle comunità primitive, un ritorno alla gioia di dare, elemento iniziale della vita sociale. Mauss afferma che nel dono si respira odore di amore e di rispetto; il ricevente del dono non può far altro che  accettarlo senza respingerlo o non accettarlo, altrimenti si dichiarerebbe non solo l’intenzione di non relazionarsi, ma si ammetterebbe anche di avere paura di ricambiare, restando dunque a quello stadio di inferiorità sopra citato. Ecco cosa volevano comunicarci le società primitive. La loro grandezza risiede proprio nella “sfida cerimoniale”. Essa rimanda insistentemente alla capacità di reciprocare.
Un esempio è costituito dalla società wolof, un tipo società africana organizzata in casta. In questo tipo di popolazione il dono funge da scambio sociale. Durante il momento dell’iniziazione si comunica al fanciullo il suo ingresso nel gruppo attraverso il dono che è rappresentato dalla condivisione del cibo.
Il nutrimento è una forma di scambio sotto la forma del dono tradizionale e la posizione di un individuo è addirittura contrassegnata dai doni rituali che egli riceve ed offre in occasione di determinate cerimonie. Attraverso il gesto della condivisione del cibo quale dono e l’atto del mangiare – modalità essenziali del dare e del ricevere - l’adulto invita il fanciullo ad occupare il posto che gli compete in seno al gruppo. Anche gli scambi con i fratelli e i pari, che in Africa sono molto intensi (a detrimento degli scambi verticali), si sviluppano attraverso la mediazione dell’offerta di cibo che, quindi, finisce per diventare il tramite di molte relazioni. [3]
 
La questione del cibo come strumento di coesione sociale fu affrontata anche dall’antropologo statunitense Marshall D. Sahlins il quale constatò che la sua valenza andava ben oltre la semplice fruizione per la sopravvivenza. Egli, difatti, riteneva che presso le comunità primitive “il metter in comune” fosse normale e soprattutto inevitabile. Egli parlò di una forma di reciprocità generalizzata che contribuiva alla formazione di un’unità sociale.
 La reciprocità è un’intera classe di scambi, un continuum di forme […] ad un’estremità del continuum c’è l’assistenza prestata gratuitamente, i piccoli scambi delle relazioni quotidiane, familiari, di amicizia e di vicinato, il regalo puro come lo chiamò Malinowski, al cui riguardo sarebbe impensabile e non amichevole un aperto contratto di restituzione. All’estremità opposta c’è la rapina volta all’interesse personale. [4]
 
 
La reciprocità è dunque un mezzo per ottenere una pace duratura. In tal modo si deduce come il dono abbia numerosi sensi e numerosi significati; non si tratta solo della questione del concetto di proprietà che, come si è analizzato, non è solo del donatore bensì di tutto il gruppo di appartenenza, ma anche del condividere e dello spartire come elementi di unione e cooperazione per la sopravvivenza del gruppo.
 
L’in-attualità del dono?
Alla luce di questo ci si chiede: possibile che il dono sia solo un residuo di società passate e che quindi di conseguenza sia destinato a sparire? La nostra società non è in grado di far vacillare il potere dell’economia a vantaggio di una forma di reciprocità e di scambio? Non si tratta di un reinserimento di una forma di reciprocità arcaica e di una forma di scambio primitiva, ma di ipotizzare, come sostiene Jacques T. Godbout, nella nostra società una forma di debito che possa permettere agli individui di mantenersi in unione.
Occorre prendere le distanze dal modello dell’equilibrio e della simmetria, immaginare dei sistemi di debito, positivo o negativo, cosa che conduce a rovesciare il senso della domanda: invece di chiederci perché si dona, ci interrogheremo sulle ragioni che impediscono agli uomini di donare. E ci si domanderà quale trasformazione le cose e le relazioni abbiano dovuto subire perché la “simmetria” imposta dal mercato sia divenuta possibile ed estesa in modo tanto generale [...] [5]
 
Jacques T. Godbout ha cercato, nel suo contributo intitolato Quanti Doni? inserito negli Atti del IX colloquio su filosofia e religione tenutosi a Macerata il 16 e il 17 maggio 2002, di delineare con maggior chiarezza il passaggio dal dono arcaico al dono moderno confrontandosi con il pensiero del filosofo francese M. Hénaff e mostrando dunque come il dibattito sia tuttora molto infuocato.
Secondo Marcel Mauss il dono arcaico è un dono obbligato e quindi reciproco, mentre il dono moderno può risultare gratuito e  unidirezionale.
Hénaff esaspera la scissione tra dono arcaico e dono moderno, sostenendo che il primo è reciproco perché caratterizzato dal cerimoniale effettuato dai capi dei clan delle tribù. Questo viene utilizzato con l’obiettivo di permettere ai vari gruppi di riconoscersi reciprocamente. Il secondo tipo di dono non si fonda sulla reciprocità, ma è anzi fondato sulla totale gratuità dunque è unidirezionale. [6]
Godbout segnala che, una volta fatta questa distinzione, Hénaff sostenga come tra i due tipi di dono non vi sia niente che li accomuni e attribuisce anche una certa inconciliabilità fra i due
Il dono non è più, prima di tutto, un segno di identificazione corrisposta [...], ma il segno di un aiuto ricambiato. [7]
 
Godbout non è dello stesso parere. Egli infatti sostiene che vi sia qualcosa che accomuni i vari esempi di doni. Prima di tutto non è da sottovalutare la potenza del hau che altro non è, se non il trasferimento di identità dal donatore al ricevente. Quando si fa dono di qualcosa questo custodisce un’anima che è quella del donatore. Questa concezione relativa all’identità nascosta nell’oggetto fatto dono è presente anche oggi, nel dono privato, non può essere attuale solo per il dono arcaico.
In secondo luogo, per quanto concerne il dono fatto agli sconosciuti, anche qui vige l’idea dell’identità protetta nell’oggetto fatto dono. Godbout riporta l’esempio del dono del sangue. Qui è presente una forza che potrebbe rafforzare il suo ricevente:
[...] ad essere in gioco sia il fatto di “far parte”, non di fare un “gruppo a parte”, perché donare crea un tutto differente dalle parti: non donare significa auto-escludersi, tirarsi fuori: dal gruppo, dalla società, dall’umanità; e donare, rendere, significa inserirsi. Essere nella ruota che gira…è un tratto che accomuna tutti i tipi di dono, morale o rituale, fatto ad una persona conosciuta o fatto ad uno sconosciuto [8]
 
Questo ci permette di comprendere, chiarisce Godbout, come il dono sia uguale in tutte le società e che in esso ci sono fattori sempre uguali, stabili ed immutabili.


M. Mauss, Saggio sul dono, Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, 2002, Torino, p. 9.
Ivi, p. 32
Gian Leonildo Zani, Infanzia culture religioni, nascere e crescere fra tradizione e modernità, Edizioni Unicopli, 2000, Milano, pag. 121.
[4] Marshall D. Sahlins, La sociologia dello scambio primitivo, in «L’antropologia economica», Einaudi; 1972, Torino, pp. 104, 105.
Jacques T. Godbout, Quanti doni? in Il codice del dono verità e gratuità nelle ontologie del novecento, Atti del IX colloquio su filosofia e religione, Macerata, 16–17 maggio 2002, a cura di Giovanni Ferretti, Pisa-Roma, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, 2003, p. 35.
http://www.db.avvenire.it/pls/avvenire/ne_cn_avvenire.c_leggi_articolo?id=710994&id_pubblicazione=2
Hénaff, Le prix de la vérité. Le don, l’argent, la philosophie, Seuil, Paris, 2002, p. 330
[8] Jacques T. Godbout, Quanti doni? in Il codice del dono verità e gratuità nelle ontologie del novecento, Atti del IX colloquio su filosofia e religione, Macerata, 16–17 maggio 2002 a cura di Giovanni Ferretti, Pisa-Roma op. cit. pp. 30, 31.