"Il mondo magico" di De Martino

Il mondo magico è un'età storica ben definita, in cui l'esserci nel mondo non è garantito ma esposto costantemente al pericolo della propria dissoluzione. La magia, intesa come un sistema di guarentigie, compromessi, compensi, è prospettata da de Martino in rapporto all'esigenza umana di stare nel mondo per agirvi, contro il rischio di essere agiti.

"Il mondo magico" fu pubblicato da Einaudi nel 1948; de Martino aveva cominciato a lavorarvi fin dal 1941. Fu il primo libro della "Collana di studi religiosi, etnologici e psicologi" voluta e curata da Cesare Pavese e Ernesto de Martino e passata alla storia come "Collana viola" (chiamata così per il colore della copertina dei suoi volumi). La "Collana viola" raccolse il meglio della produzione scientifica ascrivibile ad un tipo di umanesimo diverso da quello tradizionale, anche lontano dallo storicismo demartiniano, e annoverò, tra gli altri, testi di Jung, Lévy-Bruhl, Frobenius, Kérenyi, Eliade, Van der Leeuw.

Nodale ne "Il mondo magico" è il concetto di "presenza". La "presenza" è per de Martino l'esserci elementare, fondato e condizionato dal principio dell'atto della funzione sintetica trascendentale. La presenza si mantiene in quanto capace di "trascendere", attraverso l'atto, qualsiasi contenuto esistenziale, qualsiasi accadimento emozionale della vita individuale o collettiva. Questo atto fondante, che de Martino riprende dalla tradizione filosofica kantiana, permette la contrapposizione di un soggetto al mondo e garantisce l'unità dell'autocoscienza. Tuttavia vi è stata un'età storica in cui la presenza non si era ancora concretizzata storicamente nella sua unità e l'atto della funzione sintetica trascendentale comportava anche un rischio gravissimo per la persona: quello di scomparire come presenza nel momento in cui, in luogo di serbare la propria autonomia rispetto ai contenuti, i contenuti si facevano valere fuori dalla sintesi. Quando i contenuti sfuggivano alla sintesi trascendentale diventavano di fatto pericolosi per la presenza, in quanto caotici, indistinti. La magia nasceva e interveniva allora: consentiva all'uomo di impedire ai contenuti sfuggiti alla sintesi di sopraffare la presenza. La magia dava forma all'indefinito, era capacità demiurgica che plasmava culturalmente la natura, creava istituti in virtù dei quali il dramma individuale della presenza non restava isolato ma si inseriva nella tradizione.
Il mondo magico, dunque, viveva un vero e proprio "dramma storico" caratterizzato dal rischio costante di perdere la presenza - poiché questa non si è ancora concretizzata storicamente in unità - e dai tentativi magici di fronteggiare, imbrigliandolo, questo rischio.

Nella civiltà occidentale garantire la presenza dal rischio di non esserci non rappresenta più il problema centrale dell'esistenza individuale e collettiva. Al contrario, la sicurezza della propria presenza ha generato una serie di postulati erronei che non permettono al mondo occidentale di intendere il magismo come realtà storica, e che de Martino intende evidenziare.
De Martino è perfettamente cosciente dell'effetto dirompente dei suoi assunti: la magia sconvolge il modo occidentale di vedere il mondo e la natura. Per questo evidenzia immediatamente, fin dalla prima pagina, il primo postulato erroneo da cui parte chi voglia accertare la realtà delle pretese magiche, ossia il nostro concetto di realtà.

Nella prima parte del libro de Martino fornisce un'ampia e documentata casistica sull'efficacia dei poteri magici attingendo dalla vasta letteratura etnografica. Gli atti e le tecniche utilizzate dagli stregoni di mezzo mondo pongono l'etnologo di fronte a situazioni imbarazzanti. I dialoghi con i morti, le possessioni, le guarigioni, i voli magici, le affatturazioni, le lotte con gli spiriti, si susseguono pagina dopo pagina, ma il dubbio dell'etnologo sull'effettiva realtà di ciò che osserva rimane sempre costante, anche quando è lui stesso a confermare la difficoltà oggettiva di un inganno. Il dubbio è figlio di un problema, sostiene de Martino: se si accettasse l'atto magico tutta la realtà fisica cadrebbe in una profonda crisi. La magia dà scandalo e per questo ogni atto magico non può essere che un imbroglio, una truffa.
De Martino chiama in causa allora la psicologia paranormale, quanto meno per dimostrare che determinati poteri paranormali ci sono, sono reali ed efficaci, scientificamente riscontrabili in alcuni soggetti, anche se sottoposti ad esperimenti di tipo naturalistico.
La psicologia paranormale, muovendosi sul terreno dell'osservazione e dell'esperimento, deve necessariamente impiegare tutte le garanzie possibili e le è pertanto indispensabile spogliare i fenomeni presi in esame dai loro connotati spontanei, deve destoricizzarli e ignorare volontariamente l'aspetto più propriamente culturale. Nonostante questo, i risultati ottenuti hanno palesato la realtà delle percezioni extrasensibili, soprattutto di oggetti (chiaroveggenza) e di stati mentali (telepatia), pervenendo ad esiti positivi anche per quanto riguarda l'ambito dei poteri fisici in cui l'efficacia paranormale di alcuni soggetti può estendersi anche al di fuori del proprio corpo (telecinesi, levitazione di oggetti, materializzazione di forme più o meno distinte).
Questi risultati, che autorizzerebbero una soluzione almeno parzialmente positiva del problema, costituiscono invece un altro problema, perché danno luogo ad una contraddizione: per provare i fenomeni paranormali li si considera come fenomeni dati, mentre il loro carattere, sostiene de Martino, è quello di essere ancora inclusi nella sfera della decisione umana. L'atteggiamento caratteristico del mondo scientifico occidentale continua a rimanere dunque fortemente scettico, opponendo un rifiuto ostinato nei confronti della realtà delle pretese magiche, anche quando queste si manifestano in tutta la loro evidenza. La magia costringe ad ammettere un apparente paradosso: quello di una natura culturalmente condizionata.

Il rifiuto è fondato e trae alimento da un pregiudizio etnocentrico fortissimo.
Per de Martino, la presenza decisa, garantita, tipica del mondo occidentale, è frutto di una visione antropologica d'impronta ellenico-cristiana che pone al centro di tutto il principio dell'autonomia della persona. Questa ha portato ad una graduale scoperta dell'unità trascendentale dell'autocoscienza, che ha come principio supremo l'atto della funzione sintetica trascendentale che fonda l'esserci nel mondo. L'atto della funzione sintetica trascendentale permette la contrapposizione di un soggetto al mondo. La presenza certa del nostro mondo culturale è stata erroneamente innalzata - per de Martino - a modello di ogni possibile presenza storica, considerata per questo come da sempre al riparo da qualsiasi rischio, incapace di qualsiasi sviluppo, di ogni tipo di dinamica, di storia.
L'atteggiamento occidentale che eleva le proprie categorie storiografiche a paradigma assoluto non può portare ovviamente ad alcuna definizione positiva del magismo, perché gli nega qualsiasi carattere di storicità. Le categorie tradizionalmente usate nel giudizio storico risultano impotenti a definire un mondo che sfugge alla loro capacità individuante. Nel mondo magico l'arte, il diritto, l'economia, la filosofia e le altre categorie non sono al centro degli interessi esistenziali perché al centro c'è ancora la costante e drammatica preoccupazione di conservarsi nel mondo, di garantire l'esserci elementare.
Pensare una presenza incerta in un mondo in divenire, in cui l'esserci elementare delle persone costituisce un dramma costante, quotidiano, di portata esistenziale è impossibile se non si riconoscono le categorie giudicanti come limitate alla nostra civiltà, frutto di una storia particolare.

Date queste premesse, il discorso sul dramma magico prende le mosse dall'analisi di alcune singolari condizioni psichiche in cui cadono spesso gli indigeni di alcune tribù, per periodi più o meno prolungati, in occasione di emozioni intense provocate da accadimenti inaspettati o a forte carica emotiva.
Lo stato latah, diffuso tra i Malesi, consiste nella perdita dell'autonomia dell'Io e quindi del controllo dei propri atti. Il soggetto è così esposto a tutte le suggestioni possibili: imiterà, ad esempio, passivamente il movimento oscillatorio dei rami di un albero scosso dal vento, oppure darà vita, insieme ad altri soggetti caduti nel suo stesso stato latah, ad automatismi mimetici reciproci.
L'olon dei Tungusi presenta le stesse caratteristiche singolari dello stato latah. Ci si imbatte dunque in presenze fragili, assolutamente esposte ad ogni stimolo ed influenza esterna perché non garantite di fronte ai possibili traumi determinati da particolari contenuti emozionali.
Lo stato amok, diffuso ancora tra i Malesi, e l'atai provocano ugualmente lo smarrimento della presenza e assumono la forma di una tempesta di movimenti, di uno scatenamento d'impulsi.
Olon, latah, atai, amok risultano essere dunque stati psichici che rappresentano il dissolversi della presenza. Ma nell'olonismo e nello stato atai c'è un altro aspetto da considerare: l'uomo colpito da atai riesce a stabilire con il contenuto che lo possiede dei rapporti regolati, assume il contenuto come suo alter ego; l'olonizzato in determinati casi oppone una resistenza visibile, uno stato angoscioso che rappresenta l'individuazione del problema (la crisi della presenza) ed è il primo freno al dissolvimento. Lo stato angoscioso è sintomo ed allo stesso tempo freno. L'angoscia esprime la volontà di esserci di fronte al rischio di non esserci. Senza l'angoscia la crisi della presenza non si presenterebbe come problema.
Riassumendo: il mondo magico non c'è quando la crisi della presenza non è avvertita in termini di angoscia o non è regolata, e la presenza si disgrega senza alcun tipo di riscatto culturale.
Il mondo magico c'è quando la crisi della presenza è avvertita come problema, attraverso lo stato angoscioso che ne è sintomo, e ad essa è opposto un riscatto culturalmente definito, quello magico. C'è dunque dramma magico.
Il mondo magico scompare quando la crisi della presenza non è più problema primario nell'esistenza individuale e collettiva, perché la presenza è fissata, consolidata, garantita.

Lo stregone - figura centrale nel mondo magico - evidenzia come il dramma della crisi della presenza e il suo riscatto, oltre che problemi individuali, siano problemi collettivi che vanno risolti collettivamente. Attraverso lo stregone l'intera comunità si apre al dramma del rischio e del riscatto.
Il mago, lo stregone, lo sciamano sono coloro che all'interno della tribù, poiché dotati di particolari facoltà paragnomiche, possono entrare in contatto con il sovrasensibile e hanno la capacità di risolvere le crisi di tutti.
Attraverso l'iterazione di un contenuto acustico (tamburo, cantilena) e l'iterazione di un contenuto visivo (fissare un oggetto) lo sciamano entra in trance, ossia in quella condizione di stato abnorme di coscienza in cui la presenza risulta attenuata.
Polarizzando la propria presenza in un certo contenuto, tramite la ripetizione dell'identico, lo sciamano le impedisce di andare oltre quel contenuto. Di conseguenza questa diviene labile, si spegne. Lo sciamano è padrone assoluto della propria labilità, perché al momento della sua prima crisi - la chiamata sciamanica - ha saputo portarsi fino alle soglie del caos e ha saputo stringere un patto con esso. Ha quindi acquistato attitudini paragnomiche e la capacità di portarsi al di là dei propri limiti facendosi di conseguenza ordinatore della labilità altrui. Durante la trance la presenza dello stregone è disfatta e poi rifatta così com'era avvenuto al momento della vocazione. Dunque ogni seduta ripete e riattualizza l'esperienza della vocazione, iniziazione e morte simbolica da cui lo sciamano riemerge carico di poteri.
La vocazione ha carattere traumatico e coglie il futuro sciamano in un momento in cui è particolarmente forte il rischio di crisi della presenza (solitudine, tenebre, dormiveglia, passaggio dall'adolescenza alla pubertà). La chiamata ha inizio con una tremenda crisi fisico-psichica: uno o più spiriti sono entrati nel candidato e ne possiedono l'anima e il corpo. La sua presenza è in crisi, da solo il candidato sarebbe perduto. Pertanto interviene un altro sciamano, più anziano, ad istruire ed aiutare il posseduto, a identificare la divinità o gli spiriti che lo possiedono.
La risposta culturale alla crisi sta già in quella possessione demoniaca, che è possessione riconosciuta come tale e come tale immediatamente affrontata. Lo schema della vocazione sciamanica è rigido. Bisogna individuare lo spirito possessore e attribuirgli il nome, chiamarlo, stringere con lui dei rapporti: solo così egli si trasformerà in spirito adiutore e la crisi sarà padroneggiata e controllata. Grazie agli spiriti amici sarà possibile in seguito operare nei rituali sciamanici. Lo spirito adiutore assumerà quindi nei confronti dello sciamano il significato di una esistenza psicologica simultanea controllata da quella storica, in modo che quando lo sciamano s'esporrà col suo volo mistico alla dissoluzione, stavolta volontariamente, e salirà fino alle soglie del nulla per recuperare un'anima rapita o per conferire con le divinità non sarà solo, ma troverà l'appoggio degli spiriti adiutori. Il non esserci è pertanto plasmato dallo sciamano nella forma di spiriti identificati e padroneggiati.
La resistenza della presenza alla propria dissoluzione genera sia la rappresentazione dell'influenza maligna come agente disgregante, sia la forza personale magica per combattere l'influenza stessa.
L'atto magico è attinto dalla memoria storica collettiva in cui le esperienze individuali sono diventate tradizione conservata e tramandata. Non può essere frutto di uno sforzo individuale. Per questo i fenomeni psicopatologici assumono l'aspetto di crisi senza orizzonte, in cui il riscatto culturale non avviene perché il malato è solo, assolutamente non in grado di plasmare culturalmente la propria crisi, alienato non solo da se stesso ma dalla propria cultura. L'apparato simbolico-magico che riscatta la presenza in crisi è sempre da inserire all'interno della dinamica storica di una civiltà. Tra i malati la perdita della presenza è avvertita come disastro di portata cosmica perché il mondo crolla, o acquista la duttilità della cera, proprio con il decadere della presenza dal piano storico, con il suo destorificarsi. Se la magia dà forma al caos minaccioso, al nulla che avanza, se il mondo magico è un mondo in decisione, ancora incluso nella sfera delle possibilità umane, suscettibile di cambiamenti e di plasmazioni culturali, per gli psicopatici il mondo è ugualmente malleabile, indefinito, ma non plasmabile culturalmente perché l'individuo è catapultato fuori dalla storia e viene a costituire una monade isolata dalla cultura.
Pur non focalizzando come nelle opere successive lo sguardo sul processo destorificante degli apparati mitico-rituali, comuni sia alla religione sia al magismo, e pur riservando al solo magismo la capacità di creare dramma, e quindi la dinamica crisi-riscatto, de Martino avverte come fondamentale il tema dell'uscire fuori dalla storia di chi sta perdendo la presenza, di chi l'ha persa. Tuttavia il processo destorificante delle tecniche magiche non è definito. Se la destorificazione si articola sui due momenti del "Come se" e del "Così si fa", nel "Il mondo magico" de Martino sofferma le sue attenzioni solo sul secondo momento: nel magismo la presenza che si va riscattando è partecipe di un mondo culturale, la crisi è plasmata e controllata attraverso la ripetizione di gesti e tecniche che costituiscono un patrimonio collettivo e storico (così si fa).
Ma quando la crisi è senza orizzonte, come nel caso dello schizofrenico, l'uscire fuori dalla storia assume una valenza affatto negativa perché comporta la perdita totale di quel patrimonio atto a garantire o a riscattare la presenza. Gli schizofrenici vengono gettati fuori dalla storia e quindi impossibilitati a sfruttare le tecniche magiche. L'individuo alienato è incapace di reinventare tutto il mondo culturale che sarebbe necessario per vincere la crisi. Sebbene anche lo schizofrenico abbia i suoi amuleti, le sue manie, questi devono leggersi come tentativi assolutamente insufficienti di restituire la presenza al mondo.
Come negli stati olon, latah e amok crolla la distinzione tra presenza e mondo, e quindi in luogo di vedere le foglie di un albero agitate dal vento l'olonizzato diviene esso stesso l'albero e le foglie, così gli individui affetti da psicopatologie gravi, come la schizofrenia, non avvertono più alcuna distinzione tra io e mondo, tra soggetto ed oggetto, ma si trovano a vivere in un mondo dai confini incerti, fluidi, e senza possibilità di riscatto. Il mago vive invece la dissoluzione e il riscatto della sua presenza anche per gli altri. Il dramma magico è dramma storico a carattere pubblico. La seduta sciamanica è rito collettivo, oltre che individuale.

Le parole dello stesso de Martino che concludono il secondo capitolo confermano tanto le innovazioni profonde del suo pensiero e le geniali intuizioni che nelle opere successive saranno approfondite e meglio articolate, quanto quei limiti della sua interpretazione ch'egli stesso in seguito riconoscerà come tali:
Si consideri, p. es., la domanda: "Ci sono gli spiriti?" La risposta tradizionale è: "Gli spiriti non ci sono, non ci sono mai stati. Sono frutto della superstizione, di credenze arbitrarie di mondi storici sepolti, o anche di stati psichici morbosi". Ma si tratta di una spiegazione semplicistica [...] Senza dubbio gli spiriti non ci sono, se assumiamo come unica forma di realtà quella correlativa alla presenza decisa e garantita e al mondo dato della nostra civiltà. Ma per poco che togliamo a problema non solo gli spiriti, ma anche il nostro concetto di realtà, ecco che gli spiriti possono anche esserci. In un ordine culturale in cui la presenza è in rischio, e in cui il riscatto si compie mercé p. es. l'istituto dello spirito adiutore fermato, raggiunto e controllato mediante la trance medianica, gli spiriti non sono affatto un'idea o un'immaginazione, ma proprio una realtà che partecipa attivamente al dramma culturale nel suo complesso (anche se il regista di questo dramma è in sostanza lo stregone). [...] Alla domanda: "Gli spiriti ci sono?", la risposta sarà dunque la seguente: "Se per realtà si intende il dato deciso e garantito del nostro mondo culturale, gli spiriti non ci sono. Ma se riconosciamo una forma di realtà che nel corso del dramma esistenziale magico storicamente determinato emerge come riscatto di una presenza in rischio, dobbiamo altresì raccogliere la realtà degli spiriti per entro la civiltà magica. In questo senso, gli spiriti non ci sono, ma ci sono stati, e possono tornare nella misura in cui abdichiamo al carattere della nostra civiltà, e ridiscendiamo sul piano arcaico dell'esperienza magica". (pp. 196-97)


Gianluca Reddavide