Conversazioni con Alfred Métraux (1902-1963)

(tradotto dal francese dalla dr. Rosalinda Romanelli)

(commento e note del dr. Achille Miglionico)


Il governo svizzero, la Smithsonian Institution e la American Anthropological Association hanno dedicato ampi tributi ad Alfred Metraux (1902-1963)nel 2002 per celebrarne il centenario della nascita. Abbiamo trovato in internet queste conversazioni di Metraux e ne siamo rimasti affascinati. Abbiamo contattato il figlio Daniel Metraux, noto studioso dell'Asia e del Giappone, per ulteriori notizie sul grande antropologo. Siamo in attesa di risposta, come siamo in attesa di eventuali aventi diritti sulle conversazioni, da noi tradotte dal francese, e che proponiamo. [ sito di origine: www.persee.fr]

Nel 1961, a Parigi, M.me Fernande Bing infatti intrattenne con Alfred Métraux una serie di conversazioni, nel corso delle quali lui potè meditare, ad alta voce, sulla sua vocazione di etnologo e commentare liberamente i suoi lavori sull'isola di Pasqua e sul vudù haitiano.

Nel 2004, esattamente a 70 anni dalla spedizione franco-belga che toccò l'Isola di Pasqua e che tanto materiale di interesse etnologico ci ha lasciato grazie al lavoro infaticabile e professionale di Alfred Metraux, siamo andati sull'isola volando dal Cile. Siamo arrivati, come lui, in un piovigginoso giorno di Luglio, quando a Rapa Nui è inverno. Veramente non si può dire che nel clima subtropicale dell'isola ci siano giornate piovigginose ed altre no: i piovaschi arrivano veloci e vanno via con altrettanta rapidità costringendo ad indossare e togliere indumenti impermeabili. Non si può arrivare sull'isola più lontana da terre abitate del mondo senza sapere qualcosa sulla sua storia intrigante: lo scrivente aveva letto parecchio nel corso degli anni preparatori, praticamente tutto quanto possibile, a cominciare dai resoconti (eccellente "Aku Aku") del grande esploratore norvegese Thor Heyerdhal (1914-2002), che negli anni 1955-56, condusse la prima spedizione archeologica sull'isola con personaggi che allora si affacciavano nel campo dell'archeologia: William Mulloy, Arne Skjølsvold. L'archeologia, con loro, aveva sì fugato ipotesi fantastiche sulla civiltà di costruttori dell'isola, confermando quanto già espresso al riguardo dalla spedizione Metraux, ma aveva ravvivato l'interesse del mondo scientifico e no sulla sperduta isola. E questo è sicuramente un debito che abbiamo tuttora con il biologo-antropologo Heyerdahl , anche se la sua tesi di immigrazione dall'Est (dal Sudamerica) appare contraddetta dagli studi di antropologia fisica (es. la mandibola a dondolo dei crani dissepolti è tipica dei polinesiani; gli studi di genetica sul DNA ecc. )(0) e dai rilievi comparati di etnologia e linguistica già anticipati dalla spedizione di Metraux. Mi piace ricordare per la esemplare evidenza che, quando l'esploratore inglese Cook toccò l'isola nel 1774, salì a bordo della nave un indigeno che non seppe nascondere il proprio sbigottimento dinanzi alle misure del legno e cominciò a contare i passi sulla coperta. L'episodio attentamente riportato dai cronisti con una precisione cui dovrebbero ispirarsi tanti giornalisti di oggi, mostra due evidenze: l'indigeno parlava un dialetto sconosciuto ma di sicura origine polinesiana in quanto il traduttore polinesiano di bordo comprendeva i numeri del pasquense (e si sa, i numeri sono linguisticamente più stabili nel tempo di altri vocaboli); l'isola che era apparsa già abbastanza spoglia di alberi denotava che gli abitanti non erano più abituati da tempo alla lunghezza leggendaria delle piroghe polinesiane in quanto il depauperamento di piante ad alto fusto era già stato perpetrato.Fu infatti il disastro ecologico operato dall'uomo a ridurre l'isola da vivibile ad invivibile, da autosufficiente a dipendente dal rifornimento dal continente cileno (anche di acqua!). L'acqua corrente potabile è arrivata sull'isola solo nel 1967; l'aeroporto di Mataveri è stato aperto ai voli commerciali regolari nel 1967 (prima si raggiungeva l'isola solo con nave in rada per l'assenza di porti) e nel 1986 la pista fu ampliata dalla NASA per consentire atterraggi di fortuna agli Shuttle in rientro. Grazie a questa pista arcisicura gli atterraggi dei voli di linea (Lanchile), di notte e con il maltempo frequente, appaiono più sicuri (almeno così mi è parso).

I sogni della adolescenza (la lettura giovanile di Aku-Aku) hanno solo costituito la piattaforma per il progetto di questo primo soggiorno pasquense concretizzato nel luglio 2004: gli itinerari a piedi, in fuoristrada ed in bike sullo sconnesso profilo di basalto dell'isola vulcanica di Rapa Nui mi hanno consentito di verificare il sottile confine tra storia e leggenda e tra leggenda e mito; di prendere contezza della originalità di una realtà che ha visto - esperimento unico nella storia dell'uomo - l'assoluto e millenario isolamento genetico e culturale di una popolazione di polinesiani migrati da ovest ed approdati (per caso e fortuna) con il loro re Hotu Matu'a, sementi, piante e galline nell'unico approdo possibile dell'isola, la spiaggia agitata e ventosa di Anakena.

"Con quale nome - si domanda Metraux (p.40,M.i.P.) - Hotu Matu'a salutò l'isola da lui scoperta? " Non lo sapremo mai e forse non c'era neanche bisogno di battezzare tutto il territorio con un nome, ben più importante è battezzare parti del territorio, un capo, uno scoglio, le isolette, la cala, un rilievo ecc.

Rapa-nui è il nome che gli indigeni del XX° secolo davano alla loro patria e significherebbe "Grande Rapa" per la somiglianza fisica riscontrata dai marinai tahitiani tra l'isola di P. e l'i.di Rapa.

Te-Pito-te-henua, "ombelico del mondo" potrebbe essere anche letto come "fine del mondo" (pensavano che fosse l'ultima terra rimasta emersa?).

Hiti-ai-terangi è solo il nome che i pasquensi superstiti davano alla patria nel mentre rimpatriavano dal Perù nel 1864, dopo la schiavitù anacronistica che ebbero a subire tra il 1859-62: il loro rientro portò altro dolore ed altra strage con il vaiolo contratto sul continente e sulle navi. La popolazione dell'isola dopo lo sterminio descritto da padre Gaspar Zumbohn - non si faceva a tempo a seppellire i morti - si ridusse nel 1877 a soli 111 nativi. Questo sterminio ha determinato una frattura culturale che ha generato il vero "mistero dell'isola di Pasqua": le poche notizie tramandate dai superstiti alle generazioni successive ed alle spedizioni del 1900 risentono della approssimazione e protagonismo degli "informatori" che non appartenevano neanche ai ranghi colti, alti e sacerdotali, della isola. E' come se dovessimo desumere accadimenti storici risorgimentali della Puglia (neanche dell'Italia) dalla narrazione di due-tre nipoti del secolo successivo abitanti a Trani.

Ivi, nel museo omonimo, ho letto ed apprezzato l'opera etnografica ed infaticabile di padre Sebastian Englert (1886-1969) giunto sull'isola nel 1936, un anno dopo la partenza di Metraux, e che accolse - da validissimo settantenne - nel 1956 anche la spedizione norvegese di Thor Heyerdahl.

Insomma l'isola di Pasqua , definita da Metraux come "una mostruosa pietra pomice, un'enorme scoria" (p.34. M.i.P.), è un esempio storico ed incontaminato di declino culturale; e si pone al centro di interessi che travalicano quello meramente antropologico per indicare all'uomo odierno, con schietta franchezza e senza fronzoli, in cosa consista un disastro ecologico che ha fatto regredire una cultura neolitica in grado di padroneggiare i mari e di approvvigionarsi da esso, di costruire opere artistiche di originale fattura e imponenza. Quando per il depauperamento inesorabile delle risorse ambientali si giunse a feroci lotte intestine tese al controllo alimentare ed al controllo delle risorse proteiche, la popolazione si diede alla razzìa, al furore iconoclasta (1740-1840), pervenendo al terribile cannibalismo alimentare. L'incontro degli isolani con la stoltezza europea fece il resto e la società si dissolse quasi nel nulla.Meditare è d'obbligo agli inizi del nuovo millennio. Ma ora immaginiamo un registratore e sentiamo la voce di Alfred Metraux.

 

CONVERSAZIONE II (1961)

L'ISOLA DI PASQUA


Tutta la questione dell'isola di Pasqua è ritornata d'attualità, dopo il viaggio di Heyerdahl, da qualche anno. (1) Il mio viaggio data circa venti cinque anni. (2) In quel tempo l'isola di Pasqua attirava già l'attenzione. Era già popolare prima che lo ridivenne a seguito della spedizione di Heyerdahl, ma per altre ragioni. Uno studioso ungherese aveva creduto di scoprire delle similitudini tra i misteriosi caratteri disegnati su tavolette (3) trovate nell'isoladi Pasqua, e nelle quali vedeva dei geroglifici, e una scrittura che si stava scoprendo nella valle dell'Indo, e che apparteneva alla civiltà di Mohenjo-daro, civiltà estremamente antica poiché la si situa circa 3500 anni a.C. Effettivamente, le somiglianze che Efsi (4) aveva segnalato tra i geroglifici della civiltà di Mohenjo-daro e alcuni segni che apparivano sulle tavolette di legno raccolte nell'isola di Pasqua un secolo prima, erano tali, che si potesse credere in una origine indiana (più generalmente, asiatica) della civiltà di questa isola polinesiana isolata. Questa ipotesi aveva all'epoca, cioè nel 1932, provocato una risonanza considerevole e delle discussioni e, al fine di troncare definitivamente la questione, la Francia si era associata al Belgio per organizzare una grande spedizione sull'isola di Pasqua.

Ho partecipato a questa spedizione, di cui divenni il capo dopo la morte di Charles Watelin (5), in corso di viaggio, e, durante sei mesi, col mio collega belga, Henry Lavachery, abbiamo lavorato nell'isola. Lui si è occupato soprattutto di archeologia, dei rilievi delle statue e di geroglifici. Da parte mia, mi sono sforzato di portare i più anziani dei Pascuensi a ritrovarsi e a comunicarmi i ricordi che potevano aver conservato della civiltà dei loro antenati.
Questo lavoro fu estremamente difficile, molto delicato, poiché coloro che potevano ricordarsi ancora quella che era stata la civiltà dei loro padri erano molto poco numerosi. Ho lavorato soprattutto con uno tra questi, il vecchio Tefalo, (6) che era l'uomo più anziano dell'isola, un uomo d'altronde molto intelligente, molto curioso del suo passato, ed è nel corso delle conversazioni intrattenute durante più di sei mesi che ho cercato di ritrovare la chiave dei misteri dell'isola di Pasqua. Ma cominciamo col situare questi misteri.
Parlerò di due tra questi: il primo, il più conosciuto, è quello dell'origine di queste famose statue giganti, che sono realmente colossali. Devo dire che l'archeologia, o l'etnografia, esercitata al rigore dell'apprezzamento scientifico delle opere dell'uomo, non può impedire di provare un sentimento di schiacciamento di fronte a questi mostri. La presenza di questi giganti raccolti su tutto questo piccolo pezzo di terra - un lotto triangolare di 24, 18 e 16 chilometri di costa - sperduta al centro dell'immensità del Pacifico offre uno dei più sorprendenti spettacoli della realizzazione umana: chi ha eretto queste statue, come le hanno trasportate, qual era la loro funzione?
Il secondo mistero, quello che mi ha sempre ossessionato, e al quale ho fatto allusione un attimo fa, è quello delle tavolette. Nel 1865, credo, il vescovo di Tahiti, Mgr Jaussen, ricevette un regalo singolare che gli inviarono i Padri francesi insediati sull'isola di Pasqua: una treccia fatta di capelli di neofiti, arrotolata attorno ad un pezzo di legno come attorno ad una bobina. Mgr Jaussen, srotolando i capelli, constatò che il pezzo di legno era coperto di piccoli segni che avevano tutta l'apparenza di geroglifici egiziani. Mgr Jaussen era un uomo curioso, istruito. Immediatamente inviò delle istruzioni ai missionari affinché raccogliessero altre tavolette o altri esempi di queste scritture, se era ancora possibile trovarne. Le ricerche furono coronate da successo; i Padri potettero, in effetti, ottenere un certo numero di tavolette e chiesero agli indigeni di darne un significato. Ma fu in questo momento che le difficoltà cominciarono.
Questi missionari non erano degli eruditi, non avevano alcuna nozione sulle scritture primitive. Esigettero dagli indigeni che decifrassero questi segni come si interpreta da noi un manoscritto, la qual cosa avrebbero dovuto comprendere fosse per loro impossibile. Quando a loro si davano da "leggere" queste tavolette, gli indigeni si stupivano di questa specie di canti, di recitativi, e i Padri di concludere che gli indigeni non conoscessero più il significato di questa scrittura. Non racconterò tutti i tentativi che sono stati fatti dopo di loro per decifrare queste tavolette. Se ne sono raccolte circa ventidue, un certo numero è disperso attraverso l'Europa e la maggior parte è restata in possesso dei Padri di Picpus.
Ben intesi, gli indigeni della nostra epoca non conoscono il significato di quelle tavolette; ne hanno sentito parlare, ma non possono essere di alcun aiuto alla loro comprensione. Mi sono molto occupato di questo problema, ma non è durante il mio soggiorno sull'isola che ho potuto ottenere dei chiarimenti che mi permettessero di formulare un'ipotesi plausibile.
Al ritorno dal mio viaggio, ho soggiornato per più di due anni a Honolulu, dove ho lavorato al Bishop Museum, il più grande centro di studi polinesiano al mondo. Là, con i miei colleghi americani e maori - il Direttore del museo era un Maori della Nuova Zelanda - mi sono attaccato al lavoro di interpretare tutti i dati di cui si poteva disporre sull'isola di Pasqua.
Le mie conclusioni, in generale, sono le seguenti: l'isola di Pasqua è stata occupata dai Polinesiani, unicamente dai Polinesiani, e probabilmente in un'epoca non molto lontana. Avevo proposto il XII o il XIII secolo. Le statue sono rappresentazioni di antenati. Su questo punto credo non ci sia alcun dubbio. La realizzazione di queste statue non rappresentava difficoltà insormontabili, poiché la maggior parte non è in pietra ma in tufo, sostanza friabile, che si taglia facilmente, soprattutto quando è fresca; esposta alle intemperie, s'indurisce. Quanto al trasporto, si sono dovute presentare delle difficoltà più considerevoli ma non insormontabili. Altre popolazioni, gli Egiziani tra questi, hanno trasportato massi anche più pesanti. Tuttavia il problema si complica nell'isola di Pasqua per l'assenza di alberi, e di conseguenza di legno. In ogni modo oggi l'isola è completamente nuda. Senza dubbio lo era meno anticamente, prima dell'introduzione delle pecore, nel secolo scorso, che ultimò il processo di denudamento. Tuttavia, dall'epoca della scoperta, il capitan Cook, Lapérouse e altri, furono colpiti dal non vedervi degli arbusti. Come allora gli indigeni hanno potuto costruire i trascinatori necessari al trasporto di queste statue? L'esistenza del legno galleggiante fornisce la soluzione a questo problema tecnico. L'isola ha sempre visto arenarsi sulle sue spiagge legni galleggianti, e ho raccolto delle leggende in cui vi era il tema dei tronchi d'albero che gli indigeni raccoglievano avidamente, come tesori inviati dagli spiriti e dagli Dei.
Non credo dunque che realmente si possa parlare di mistero a proposito delle statue dell'isola di Pasqua. Di contro, i segni che coprono le tavolette ci pongono un problema veramente difficile. Ne ho proposto una soluzione, che è stata accettata a lungo. Avevo supposto che si trattasse non di una scrittura, ma di segni mnemotecnici, stampati su tavolette, e destinati a facilitare la comunicazione di poemi molto lunghi, di canti ritmati, che appartengono alla tradizione religiosa e letteraria dei Polinesiani. Per non entrare in dettagli estremamente tecnici, dirò solamente che a sostegno della mia ipotesi, avevo riunito testimonianze numerose e diverse. Dopo essere stata per molto tempo accolta, quest'ipotesi si è trovata modificata dall'utilizzo di un nuovo metodo che gli studi atomici hanno messo a nostra disposizione: la datazione col carbone 14, che permette di datare in modo assai preciso le vestigia del passato a condizione che non rimontino a più di 25000 anni - lasso di tempo accettabile!
Tutte le nostre ipotesi sull'antichità dei popoli polinesiani hanno dovuto così essere riviste. Si comincia ad ammettere che i Polinesiani hanno occupato le isole molto prima di quanto si credesse; nel proporre come data d'arrivo dei primi occupanti dell'Isola di Pasqua, il XII° secolo, pensavo che ciò fosse audace. Oggi, ci si domande se non bisogna arretrare tutte le date considerate di circa mille anni. Detto in altro modo, l'isola di Pasqua sarebbe stata occupata dai Polinesiani verso l'inizio della nostra era. Ecco che cambiano molto le prospettive temporali - poiché l'isola sembra essere stata occupata - questo non è rimesso in causa - unicamente dai Polinesiani, vi è dunque un'unità di civiltà, non durante un mezzo millennio, ma durante un millennio e mezzo... ....Heyerdahl sperava di provare che il popolamento di quest'isola era stato operato non da genti provenienti dal continente asiatico, ma da indiani dell'America del Sud. E' una teoria perfettamente insostenibile che nessun uomo di scienza ha accettato, dirò anche così assurda che nessuno studioso ha mai pensato di esaminarla seriamente. Tutte le tradizioni dell'isola, fino alla lingua che si parla, appartengono al sud-est dell'Asia. E' l'evidenza stessa e non la si può negare, se non per desiderio di rendersi originali. Tuttavia, il viaggio è stato utile in questo senso: Heyerdahl, giustamente, ha potuto raccogliere dei reperti archeologici che sono stati sottoposti al test del carbonio 14, ed è così che si sono dovuti rifiutare i dati inizialmente ammessi per il popolamento dell'isola. Heyerdahl era in effetti accompagnato da eccellenti archeologi. Questi non hanno ancora fatto conoscere i risultati delle loro ricerche, e se ne attende la pubblicazione con molta impazienza. Fin d'ora, due tra questi hanno potuto assicurarmi che credono ad uno sviluppo continuo della società pasquense. Le loro ricerche attuali riguardano le tappe di questa evoluzione. E' un lavoro appassionante... ma Heyerdahl ha reso alla scienza un cattivo servizio cercando di presentare le genti dell'isola di Pasqua come selvaggi che conservano ancora ricordi del loro passato. Al tempo del mio soggiorno nell'isola di Pasqua venticinque anni fa, mi ha colpito raccogliere molte tradizioni dalla bocca degli anziani i cui genitori avevano conosciuto la civiltà pasquense quando essa era ancora integra. Oggi le genti dell'isola di Pasqua non differiscono tanto da noi e dalle persone del Cile; mi fanno pensare ai Corsi, alla gente del Mezzogiorno. Sono completamente civilizzati; oltre alla loro lingua, parlano lo spagnolo; non hanno che un desiderio, quello di essere interamente integrati, e per loro il passato della loro isola è molto lontano, ed estraneo come lo è per noi, anche di più! E' molto divertente pensare che laggiù, apparivo come una luce per il loro passato. A coloro che li interrogavano, i Pasquensi rispondevano: " Bene, ascoltate, Metraux è qui da venti cinque anni, deve sapere tutto, ha scritto un libro, noi lo sappiamo, abbiamo letto il suo libro, allora leggetelo". E' una curiosa esperienza quella di essere, da vivo, un caposaldo cronologico. Mi hanno detto che laggiù, si datano le cose dall'epoca del mio viaggio. La gente dice:" Nel tempo in cui lui era qui, c'erano delle cose…, si facevano delle cose, oggi non le si fa più". (7) Appresi questo l'anno scorso, trovandomi nel Cile in una relazione con dei Pasquensi venuti sul continente per lavorarvi. Devo aggiungere che essi facevano grasse risate del libro; certamente, in effetti, l'avevano letto, criticato, e lo trovavano completamente stravagante! Per concludere, dirò che i "misteri" dell'isola di Pasqua sono sul punto di essere sciolti. Un giovane studioso tedesco, M. Bartel, e degli studiosi russi, vi si sono accaniti. Come voi sapete, i Russi, in questo momento, si occupano molto della decifrazione di scritture che non hanno ancora svelato i loro segreti. Alla luce delle loro ricerche, sembrerebbe che la mia ipotesi di un sistema mnemotecnica fosse troppo semplice. Senza dubbio si tratta di questo, ma anche di un inizio di scrittura che ricorda più o meno l'inizio della scrittura in Egitto. Queste sono, se posso utilizzate questa espressione, dei balbettamenti geroglifici.

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NOTE di achille miglionico

(0) Erika Hagelberg - in Genetic Polymorphisms in Prehistoric Pacific Islanders, Nature, 5 maggio 1994 - circa la possibilità di una colonizzazione dell'Isola di Pasqua a partenza dal Sudamerica, afferma che studi sulla regione ipervariabile dell'mtDNA in nativi americani hanno mostrato una molto maggiore eterogeneità dell'mtDNA in America rispetto alla Polinesia, indice di ondate migratorie multiple, e che negli Amerindi non si sono riscontrate le caratteristiche dell'mtDNA osservate sull'Isola di Pasqua.
La delezione 9-bp è presente attraverso le Americhe, l'Asia e il Pacifico, spesso associata ad una sostituzione nucleotidica alla posizione 16.217: ciò depone semplicemente per un'origine ancestrale comune ad Oceania e Nuovo Mondo.
Ma ciò che gli Amerindi non presentano sono due altre sostituzioni nella molecola di mtDNA: le sostituzioni alle posizioni 16.247 e 16.261, presenti invece nei Polinesiani e riscontrate a Rapa Nui in mtDNA antico di reperti scheletrici dell'Ahu Tepei (1000-1680) e dell'Ahu Vinapu (1680-1868), come riferisce Drusini. Pertanto, l'assenza nel Nuovo Mondo di queste due sostituzioni che potremmo definire prettamente polinesiane, deporrebbe per la mancanza di contatti significativi fra Polinesia ed Americhe.
In Polinesia esiste una tradizione orale secondo la quale Polinesiani e Amerindi entrarono fra loro in contatto in epoca precolombiana. Rebecca Cann (in Hawaii Magazine, febbraio 1997, citata da Sione Ake Mokofisi) afferma che, in base all'analisi dell'mtDNA, alcuni Amerindi del nord e del sud presentano legami coi Polinesiani di Samoa: in Nordamerica i Nuu-chal-nulth di Vancouver, in Sudamerica i Cayapa, i Mapuche, gli Huilliche e gli Atacamenos.
Secondo Houghton (1996, citato da Drusini) sembra che la scoperta dell'Isola di Pasqua sia stata un evento accidentale e che viaggi di ritorno da Rapa Nui siano un fatto piuttosto inverosimile. Ma Cann si spinge oltre e si contrappone all'affermazione di Houghton, chiedendosi se effettivamente i Polinesiani, dopo aver raggiunto Rapa Nui, abbiano deciso di porre fine alle loro peregrinazioni senza spingersi oltre. Quest'ipotesi di Cann è in netto contrasto con quella che va per la maggiore e che con ostinazione nega ai Polinesiani qualsiasi possibilità di aver raggiunto l'America oppure per gli Amerindi di aver toccato la Polinesia. Sebastian Englert (vedi nota 6) ammetteva un secondo flusso immigratorio (da Est?) dei Tangata Hanau Eepe (= uomini di razza corpulenta, tradotti malamente con "Orecchie lunghe", i quali sarebbero giunti dall'Est senza donne e risultarono "dominanti" (pag. 89 di La tierra de Hotu Matu'a, Historia y etnologia de la isla de Pascua, (1974, Editorial Universitaria, Santiago del Chile): si contrapposero ai Tangata Hanau Momoko (= uomini di razza magra, detti "Orecchie corte") i quali sarebbero arrivati da Ovest con il leggendario re Hotu Matu'a (1300-1500 d.C.). La data della prima colonizzazione (ed unica?) è così ammessa dai vari AA.:

400 d.C.
Heyerdhal & Ferdon, 1961; Ayres, 1971; Mc Coy, 1979; Charola, 1997
800-1000 d.C.
Skiosvold, 1994; Stevenson, 1997; Green, 1999; Martinsson-Wallin & Wallin, 1999


(1) Thor Heyerdahl (1914-2002) portò sull'isola di Pasqua (nov. 1955-apr.'56) la seconda spedizione scientifica (dopo quella di Metraux) composta da un fotografo, un medico per le ricerche di antropologia fisica e cinque archeologi: William Mulloy (che sarebbe diventato il più importante archeologo della civiltà pasquense sino alla prematura morte per cancro nel 1978, appena terminate le riprese sull'isola del comandante Jacques Cousteau); Carlyle Smith, Edwin Ferdon, Arne Skiolsvold. Vedi qui Thor Heyerdahl

(2) La spedizione scientifica Metraux - la prima del suo genere - arrivò all'Isola di Pasqua il 27 Luglio 1934 con il postale francese Rigault-de-Genouilly e lasciò l'isola il 2 Gennaio 1935 a bordo della nave-scuola belga, la Mercator.

(3) Metraux allude alle discusse tavolette rongorongo che oggi si tende a interpretare - ancora come M. - "come sistema mnemonico in uso presso i sacerdoti e bardi delle tribù" (pag. 217, Meravigliosa isola di P.)

(4) Riteniamo si tratti di errore di "sbobinato". Metraux allude sicuramente a Guillaume de Hevesy, "linguista dilettante" (pag. 213, M. isola di P.), che presentò alla Académie des Inscriptions et Belles-Lettres una lunga lista di simboli pascuensi che avevano una innegabile somiglianza con geroglifici o pittogrammi scolpiti su sigilli dell'Indo, ad Harappa e Mohenjo-daro. La questione viene risolta dallo stesso M.

(5) Lo stesso Metraux, nella intro di Meravigliosa isola di Pasqua (1941), resoconto di divulgazione scientifica rispetto a Ethnology of Easter Island (1940), scrive: "...durante una battuta di caccia in Patagonia, prese una polmonite e si spense in vista della costa cilena..."

(6) Credo si tratti di un altro errore di sbobinato. Dovrebbe trattarsi dell'isolano Juan Tepano, vecchio (sessantenne?) informatore, che con Victoria Rapahango (la cui genealogia Ika, per via laterale, la riportava nientemeno che ad Hotu Matu'a !), contribuì tantissimo all'accumulo di conoscenze della spedizione Metraux. Juan Tepano già godeva di fama di "storia vivente dell'isola", quando quarantenne aveva fatto da informatore etnografico alla spedizione della signora Katherine Routledge, nel 1914, che lo definisce anche "the headman of the village", (pag. 158 e foto 83, pag. 212 di The Mystery of Easter Island, 1919). Parlava un poco di inglese pidgin (sabir) e spagnolo in quanto aveva prestato servizio militare nelle forze armate cilene. Sebastian Englert [nel suo La tierra de Hotu Matu'a, Historia y etnologia de la isla der Pascua, (1974, Editorial Universitaria, Santiago del Chile), corredato del fondamentale Gramatica y Diccionario del antiguo idioma de la Isla de Pascua] suggerisce che i Tepano della tribù dei Tupahotu originano da Rue poi Vavara poi Rano: da Rano nasce nel 1876 appunto il nostro famoso Juan Tepano Huki.

(7) Rimarrebbe molto deluso Metraux oggi nel sapere che una antropologa nordamerica da me incontrata ed affiancata sull'isola non sapeva neanche chi fosse Metraux (e purtroppo neanche Claude Lévi-Strauss!) e che nessuno - nemmeno la guida Carlos Paoa - sapeva dell'opera di Metraux (forse mai tradotta in spagnolo). Fui io in jeep a ricordare e commemorare in spagnolo la spedizione francobelga del 1934-35. La maggior parte dei ricordi e riferimenti erano più rivolti a Thor Heyerdahl , tornato sull'isola da persona anziana ed accolto con ogni onore.