Conversazioni con Alfred Métraux (1902-1963)
(tradotto dal francese dalla dr. Rosalinda Romanelli)
Il governo svizzero, la Smithsonian Institution e la American Anthropological Association hanno dedicato ampi tributi ad Alfred Metraux (1902-1963)nel 2002 per celebrarne il centenario della nascita. Abbiamo trovato in internet queste conversazioni di Metraux e ne siamo rimasti affascinati. Abbiamo contattato il figlio Daniel Metraux, noto studioso dell'Asia e del Giappone, per ulteriori notizie sul grande antropologo. Siamo in attesa di risposta, come siamo in attesa di eventuali aventi diritti sulle conversazioni , da noi tradotte dal francese, che proponiamo.
Nel 1961, a Parigi, M.me Fernande Bing infatti intrattenne con Alfred Métraux una serie di conversazioni, nel corso delle quali lui potè meditare, ad alta voce, sulla sua vocazione di etnologo e commentare liberamente i suoi lavori sull'isola di Pasqua e sul vudù haitiano.
Ne aveva sentito parlare venti anni prima : l tempo era passato, ma lui era lo stesso uomo semplice, cortese ed erudito che confermava l'immagine che hanno sempre e dappertutto serbato coloro che lo hanno conosciuto.
CONVERSAZIONE I
- COME E PERCHE' SI DIVENTA ETNOLOGO?
- Questa domanda, me la sono spesso posta e, lo so, numerosi miei colleghi hanno da parte loro cercato di rispondervi. Credo che essa sia ambigua, e che sicuramente lo sia anche la risposta: entrano in gioco, dapprima, fattori personali (la personalità dell'etnografo, o meglio antropologo), dopo, il fattore sociale, cioè tutto quello che nella propria epoca, nella propria civiltà, possa condurre sulla via che si è scelta. La maggior parte degli etnografi, soprattutto coloro che hanno lavorato sul campo, sono, in un modo o nell'altro, dei ribelli, degli ansiosi, delle persone che non si sentono a proprio agio nella propria civiltà (cultura). Questo carattere soggettivo è così evidente che si è parimenti cercato di vedere in esso ciò che distingue l'antropologo dal sociologo. Certamente, le due discipline sono connesse, ma l'antropologo si sente impacciato nella propria società, laddove il sociologo ci si trova bene e non desidera che riformarla. Eppure non possiamo trascurare per il momento questo fattore personale e considerare l'altro aspetto della questione che ci riporta al tempo in cui sono divenuto etnografo, al momento in cui ho sentito la mia vocazione svegliarsi, e tentare di determinare ciò che, nell'ambiente in cui vivevo, abbia potuto suscitarla. Tutto questo si colloca tra gli anni 1924, 1925, 1926, e si sa che cosa questi anni hanno rappresentato nel movimento del pensiero.
Ci penso ancora con vera emozione; era un periodo di ebollizione, di ribellione e noi tutti eravamo scossi. Per dirlo in una parola: il surrealismo debuttava, ed è allora che è stato più vigoroso. Non ho fatto parte del movimento, ma ho conosciuto molti surrealisti, ho avuto per amico Georges Bataille, insomma, ho seguito questa corrente, a cui l'etnografia ha apportato elementi estremamente preziosi. Rapidamente, i popoli esotici andavano a confermare, in qualche maniera, l'esistenza di aspirazioni che non potevano esprimersi nella nostra civiltà. La prima manifestazione di questo sentimento fu il risveglio d'interesse portato verso le arti esotiche, le arti africane prima, dopo verso quelle dell'America precolombiana. Ma, molto presto, l'interesse puramente estetico è stato superato davanti a tutto quello che vi era di incongruo, di straordinario, nelle culture esotiche. D'altra parte, devo dire che in questo atteggiamento entrava tanto di ingenuità quanto di pregiudizio: si domandava all'etnografia il pittoresco, il bizzarro; solo più tardi, questa esaltazione, questo entusiasmo sono stati canalizzati al servizio della scienza. Devo dire anche che, per temperamento, ero soprattutto preoccupato per l'aspetto scientifico dell'etnologia. Ritenevo che l'entusiasmo che suscitava la rivelazione delle culture esotiche tradisse ancora il nostro etnocentrismo. Eravamo ancora troppo rafforzati, insaccati nella nostra civiltà, e troppo sorpresi per tutti questi nuovi aspetti.
Fu proprio in questo momento che ebbi l'occasione di fare i miei primi lavori sul campo e fu allora che mi fu donata la rivelazione di altre civiltà (culture). In queste nuove culture - nuove per me, per noi - che ho potuto studiare, e che appartengono per la maggior parte all'America del Sud, ho provato un sentimento molto differente da quello che avrei potuto attendermi: mi sono sentito estremamente a mio agio, e molto meno spaesato che nella mia stessa civiltà. Come mai? Probabilmente perché ho percepito attorno a me un ritmo più lento, perché gli esseri che avvicinavo non soffrivano dei problemi che opprimono tutti, e questo era per me una sorta di riposo. Credo anche che la presa di contatto con queste culture primitive mi abbia fatto sentire che in fondo, la protesta che mi aveva decisamente spinto verso culture talmente lontane dalla nostra, trovava il suo motivo in una sorta di nostalgia, una nostalgia che noi, uomini d'Occidente abbiamo, credo, provato da sempre e che chiamo con un termine probabilmente comico, infine che voglio tale, la nostalgia del neolitico. Mi sembra, e questo senza voler cadere in un rousseauismo facile, che l'umanità ha forse avuto torto ad andare al di là del neolitico.
Voi mi domanderete: perché il neolitico? perché non il paleolitico? perché non l'età del bronzo o l'età del ferro? Ebbene, se ho scelto il neolitico, e non, per esempio, il paleolitico, è che nel neolitico, l'uomo aveva già riunito presso di sé tutto ciò di cui aveva bisogno. Divenuto sedentario, praticava l'agricoltura, aveva già addomesticato gli animali. Indubbiamente, non possedeva ancora la scrittura; probabilmente non esisteva lo Stato organizzato: gli uomini vivevano in piccole comunità, ma ho l'impressione che fossero più felici di oggi. Sono là, senza dubbio, le rivelazioni totalmente gratuite. Sicuramente, non ne so nulla, non ho vissuto nel neolitico; tuttavia, ho sentito, se si può dire, il respiro del neolitico quando ho vissuto presso le tribù indiane del Brasile. Non pretendo certo che gli indiani siano uomini di quest'epoca, le loro civiltà sono d'altronde antiche quanto la nostra, portano lo stesso nome i secoli e i millenari. Ma infine il loro stile di vita non doveva differire o non differisce molto da quello degli uomini del neolitico. E, precisamente, ho avuto il sentimento che gli uomini che vivono in queste condizioni materiali sono più felici di noi. Naturalmente, i loro problemi, le loro difficoltà sono enormi, vivono molto meno a lungo di noi, - la loro speranza di vita è, mettiamo, di trentacinque anni -, ma l'esistenza, in queste piccole comunità, è malgrado tutto più integrata. Offre, se non materialmente, per lo meno sul piano psichico, una sicurezza infinitamente superiore rispetto a quella che noi proviamo nella nostra civiltà. L'uomo è infinitamente meno isolato di quanto non lo sia in Occidente. D'altronde, se la lotte per la vita è dura, è presente in una forma molto meno sgradevole. Cacciare, naturalmente, è un lavoro, un obbligo, ma che si accompagna di tutta la gioia, di tutta l'esuberanza di una attività sportiva. Si può ritornare sconfitti, è vero, si può soffrire la fame, ma anche gioire dell'abbondanza e questa abbondanza è fonte di gioia, di festa. Mi trovavo presso gli Indiani Kayapo del Brasile centrale, il giorno in cui erano riusciti ad uccidere qualche pecari, qualche cinghiale selvaggio. Tutti i villaggi debordavano di gioia, di una gioia di cui non avevo visto l'equivalente in alcun altro gruppo umano. Si sosterrà che queste gioie siano di una qualità inferiore, siano delle gioie tutte uguali. D'altra parte, in queste civiltà, il ruolo che giocano gli individui nel corso della loro vita è infinitamente meglio stabilito e meno angosciante di quello che abbiamo interpretato noi stessi. L'uomo che avanza verso la vecchiaia, non ha gli affanni, le preoccupazioni che assillano la maggior parte dei nostri contemporanei. Un uomo d'età ha il suo posto ben definito, sa quello che ha da fare, gioca d'autorità, di rispetto, può far apprezzare la sua esperienza; il suo ruolo è molto preciso e molto importante nell'educazione dei suoi bambini. In generale, nessuna epoca della vita si presenta a lui con tutto questo carico di inquietudine che, qui, è il nostro destino. So bene che la medicina non esisteva e il più grande rimprovero che farei al neolitico, è l'assenza del dentista. Se il neolitico avesse conosciuto l'arte dentaria, me ne sarei molto accontentato!
Dicendo questo, non predico naturalmente un ritorno al neolitico, assolutamente impossibile, lo so. Ma soffro per il fatto che le ultime civiltà che sono ancora a questo stadio siano in via di estinzione rapida. Uno dei grandi dispiaceri della mia vita di uomo è di aver assistito all'agonia di tante tra queste piccole società, che sono disprezzate perchè, valutate con la misura delle nostre tecniche, appaiono come disprezzabili, ma che nascondono in realtà un valore profondo e la cui sparizione rappresenta certamente una grande perdita. Non voglio apparire come un creatore di sette nuove, ancora una volta non preconizzo un nuovo rousseaouismo. Però, tengo a dire che altre culture - oltre la nostra - hanno potuto, infinitamente meglio di come noi abbiamo fatto, risolvere i problemi che si pongono all'uomo. E' questa, credo, la idea, realmente fondante, che ha ispirato la mia carriera da etnografo: ho voluto conservare il ricordo, o l'immagine, di queste piccole civiltà. Stanno morendo, senza alcun dubbio, muoiono già: in tre, quattro anni, ho visto delle tribù, se non sparire fisicamente, per lo meno perdere tutte le loro tradizioni, fondersi in una massa amorfa. Non di meno, è utile, proficuo conservare un'immagine tanto precisa quanto possibile del loro tipo di vita. Io dico: tanto precisa che possibile, perché in questo ambito si tratta di fare un'operazione scientifica. Non bisogna cedere alle effusioni liriche e neanche velare gli aspetti spiacevoli di queste società. Dopo tutto queste persone sono degli uomini, hanno i loro difetti, i loro lati scuri, sono molto spesso crudeli. Non li nascondiamo. Ma sappiamo mostrare per lo meno che il nostro tipo di civiltà (cultura) non è la sola, che non abbiamo risolto tutti i problemi; e sappiamo insistere sul relativismo delle civiltà.